17 Maggio 2017 - 19:37

L'incipit di Domenico Barrilà

A scuola avevo sempre copiato, Francesco. Tanto che male c’era, in fondo qualcuno la fatica l’aveva fatta, meglio approfittarne. I genitori erano contenti perché i voti erano discreti, sebbene non sapessero come il conseguiva. Lo vedevano studiare poco, ma si era sempre distinto come uno che “sapeva arrangiarsi”.

Suo padre faceva il medico, era orgoglioso dei suoi “due maschi”, il primo oramai sulle sue orme, tutti gli esami col massimo dei voti al primo anno di medicina. Il secondo, lui, Francesco, a scuola così così, ma una promessa dell’atletica leggera, sebbene da bambino fosse piuttosto gracile e nella corsa con i compagni arrivata quasi sempre ultimo, mentre suo fratello riusciva emergere anche nello sport, sebbene a un certo punto si era dedicato anima e corpo alla medicina. Il padre non stava nella pelle quando parlava del futuro medico, mentre quando parlava del secondogenito, diventava più comprensivo, meno esigente: «Ma sì, lui è meno sistematico, a scuola non è mai stato un fenomeno, però è bravo e nello sport ci da delle belle soddisfazioni, soprattutto negli ultimi anni, è come se fosse scattato qualcosa e, quasi d’improvviso, si è messo a vincere. Anche il suo allenatore sembra stupito, non si spiega questi progressi. L’altra volta, scherzando, mi chiedeva cosa diamo da mangiare a questo figlio, che si è messo correre così veloce».

Raccontava bugie, Francesco, fin da piccolo, si vantava di cose mai fatte, di ragazze mai avute. In fondo non danneggiare nessuno. E poi c’era Livio, suo fratello maggiore, a lui riusciva tutto bene e papà sembrava avere occhi solo per lui, lo chiamava “il principe ereditario”. Era come stare all’ombra di un albero imponente, che portava via tutta la luce del sole. Una volta, Livio aveva preso “solo” 29 all’esame di anatomia e a casa per scoppiato l’inferno, con papà che per giorni, dopo la sfuriata, non avevo parlato. Quando invece era Francesco a prendere insufficiente liceo, papa non faceva storie, come se da lui non si aspettasse altro.

Per questo ora la velocità su pista era diventata l’ultima carta. Papà gli aveva fatto i complimenti e lo aveva anche abbracciato, lui che era così avaro di fisicità, quando aveva vinto i campionati provinciali. Da allora non si perdeva una gara.

Sentiva di non poterlo più deludere, anzi, non lo voleva deludere, ora che finalmente cominciava a sentire di avere un posto nella considerazione di papà. La mamma, invece, gli voleva bene così com’era, loro due avevano un rapporto molto affettuoso, forse anche per questo ci teneva ad accontentare pure lei. A qualsiasi costo.

 

capitolo 8

Fabula furis caramellarum

 

Sono sorpreso per quest’improvvisa opportunità. Il mio più grande sogno si sta avverando ed ancora non ci posso credere. Osservo i miei genitori, nei loro occhi noto un lampo di gioia e con piacere sento  un comune “ci organizzeremo”. La cena prosegue tranquilla: mio padre e Mauro saltano da un dibattito sulla politica ad uno sull’economia, ricordando persino nostalgicamente le band anni ’70, mentre io cerco di conoscere meglio Gaia. Scopro che anche lei ama lo sport, infatti gioca a pallavolo da molti anni. È una ragazza intrigante ed affascinante, sono rimasto colpito dal suo modo di fare, di parlare e di guardarmi con i suoi occhi color zaffiro. Mi distraggo dalla conversazione, mi estraneo nel mio mondo e come sottofondo sento Mauro, Alfredo e i miei genitori che continuano a discutere del più e del meno. Alla fine della serata io, Alfredo e Gaia ci scambiamo i numeri di telefono, promettendoci di rimanere in contatto.

Salgo in macchina un po’ imbarazzato perché ho visto come poco prima mamma e papà mi guardavano incuriositi mentre parlavo con la ragazza. Mamma imposta il navigatore verso casa.

Fra di noi domina un silenzio assoluto. Nessuno sa cosa dire né osa fare il primo passo. Anche a casa non una parola. Si fa tardi e ognuno si prepara per andare a letto. Prima di chiudere le porte, mia madre proferisce uno schivo “buonanotte” a cui  rispondo con lo stesso tono.

In camera mia tutto è rimasto come l’avevo lasciato, il pigiama buttato sul letto, i libri sparsi sulla scrivania e i vestiti ammucchiati sulla sedia. Il letto tuttavia  stanotte sembra più confortevole del solito, ma, nonostante ciò, non riesco a prendere sonno.

Sotto le coperte i pensieri mi tormentano. Sono accadute troppe cose in poco tempo…. Penso a Mauro che vuole darmi la possibilità di mostrare a tutti chi sono e ha avuto fiducia in me senza nemmeno conoscermi. Penso a Gaia che, con quei suoi occhi stupendi, mi ha colpito fin dal suo primo sguardo, nonostante la mia arroganza sia prevalsa anche in quell’occasione. Penso a Simone che mi ha aiutato molto in questi ultimi giorni, mi ha accolto in casa sua e, pur essendo io per lui un  perfetto sconosciuto, mi ha aiutato e sostenuto moralmente nelle  difficoltà. Mi ha detto fin dall’inizio quanto fosse sbagliata la mia azione, avendola lui vissuta personalmente e forse … avrei dovuto ascoltarlo. Solo ora comincio a rendermi  conto di quanto avesse ragione: temo che la fuga non abbia risolto nulla, avrei dovuto trovare il coraggio di parlare con i miei genitori  e non portarmi dietro questo fardello per un  tempo infinito . Penso a Beatrice, di cui non ho avuto più notizie, chissà se è ancora in ospedale, nessun messaggio, nessuna chiamata, niente di niente. Penso a Sharon, alla sua vita così travagliata, a tutto ciò a cui ha dovuto rinunciare, a tutti gli ostacoli che ha dovuto superare. Penso a Livio. Deve essere stato difficile e doloroso per lui scoprire che la sua  famiglia, in realtà, non era la sua vera famiglia.

La stanchezza infine ha  il sopravvento, sebbene continui a chiedermi: ” e se non fossi fuggito? Sarebbe cambiato qualcosa?”

 E finalmente in questa faticosa notte,  Morfeo mi abbraccia.

I primi raggi di sole, che entrano nella mia stanza attraverso le fessure delle tapparelle, mettono fine al mio sonno agitato. Guardo l’orologio: è ancora presto. I suoi colpi sordi iniziano a scandire il ritmo dei miei pensieri: tic tac, tic tac.

Sento mia madre dirigersi velocemente in cucina; quindi mi alzo, mi cambio e mi preparo per affrontare  i miei genitori.

Ci ritroviamo a tavola per la colazione. Mio padre  rompe il ghiaccio: “Vuoi una fetta biscottata?”  Nessuna risposta da parte mia.  Ritenta: “Allora sei contento di essere stato notato da Mauro per la corsa? In fondo è un primo riconoscimento del tuo talento!”. Versandomi un bicchiere di spremuta d’arancia, mia  madre continua a tessere lodi delle mie abilità atletiche.  Sento la rabbia montarmi dentro, non riesco più a trattenermi: “Ah! Adesso sono importanti anche i miei successi!? Mi avete sempre sottovalutato, per voi non sono mai stato in grado di prendere più di un misero e umiliante sei! Livio è sempre stato migliore di me in tutto. Eh si, Livio, mi paragonate a lui, sempre, come se io non fossi importante. Livio di qua, Livio di là; Livio ha preso un’altra volta il massimo dei voti; ma com’è educato Livio; Livio è il figlio migliore del mondo.  Come farsi notare dai propri genitori quando il fratello perfetto riceve tutte le attenzioni? Lui, lui  che neanche… è figlio vostro!” Dico,  infine,  lanciando uno sguardo tagliente.

I miei, a quella frase, sobbalzano… ma io non gli do il tempo di ribattere. “Ho incontrato la zia Sharon...ti dice qualcosa mamma?” Non ero sicuro di voler  dire quello che andavo dicendo, ma ormai il danno era fatto: il volto di mia madre si incupisce e in quello sguardo assente, gli occhi cominciano a bagnarsi  di meste lacrime. Io, come un animale ferito, non do tregua  “Esaltate pure i successi di Livio, ma rendetevi conto di come mi senta io, che, per quanto mi impegni,  non ricevo le sue stesse lodi… Anche io so fare qualcosa, so correre, ma a quanto pare non ve ne importa a sufficienza. Avete sempre prestato più attenzioni al bambino che non era vostro figlio piuttosto che a me, che lo sono veramente!”

A quelle accuse mia  madre sembra risentire le sue stesse parole “Mi prenderò cura di lui come se fosse mio figlio”. In lacrime, tentando  di giustificarsi, comincia a raccontare:  “Quando mia sorella è rimasta incinta, aveva solo 18 anni, era giovane, ma abbastanza matura per  affrontare questa nuova fase della sua vita e nove mesi dopo è nato tuo…fratello. Inizialmente si respirava un’aria di gioia, ma dopo soli tre mesi dalla sua nascita, il suo compagno Daniel è morto in un incidente stradale. Sharon, disperata, si è rifugiata nell’alcool e ha deciso di abbandonare casa e figlio.  Mi sono presa cura di lui, l’ho cresciuto come fosse stato mio. Sharon ha così perso l’opportunità di crescere suo figlio, in quanto non è riuscita ad affrontare i suoi problemi. Se non fosse fuggita e mi avesse confidato le sue difficoltà e paure,  forse oggi non saremmo qui a discuterne. Ci dispiace. Noi volevamo farlo sentire parte della famiglia, quindi gli abbiamo dedicato molte attenzioni, troppe, e non abbiamo considerato che ne avessi bisogno anche tu nella stessa misura.”

A questo punto interviene mio padre  “Ora capisci perché tua madre si è sempre prodigata tanto con Livio, ma questo non significa che ti voglia meno bene rispetto a lui”.

Questa storia mi ha veramente colpito, non avrei mai pensato che mia mamma avesse passato dei momenti così terribili, resto senza parole ed infatti non riesco ad esprimermi, ma dalle espressioni mortificate dei miei genitori intuisco la grandezza del loro gesto e l’immenso amore con cui hanno fatto quella scelta. Sono stato solo uno stupido a pensare che i miei genitori volessero più bene a lui che a me, quando invece loro hanno solo cercato di farlo sentire a tutti gli effetti un membro della famiglia.

”Abbiamo sbagliato. Anche tu però”, il tono di mio padre  si fa severo, “Fuggire dai propri problemi non è la soluzione: avresti dovuto parlarne con noi. Sai che spavento ci hai fatto prendere? Abbiamo vegliato intere notti preoccupati per te, così lontano da casa, da solo, non sapevamo cosa stessi facendo, se fossi al sicuro! E non hai guadagnato nulla.”  Comincia a emergere in me un senso di colpa, ma non voglio perdere questa battaglia e lasciare andare un’occasione così favorevole per chiarirci, quindi ribatto: “Ci ho guadagnato invece: ho conosciuto persone che mi capiscono. In stazione ho incontrato un ragazzo, anche lui scappato di casa che mi ha dato un rifugio, degli amici, una pista dove correre e soprattutto affetto. Mi ha fatto sentire apprezzato: è stato per me ciò che voi non siete mai stati!”

A quelle parole mio padre esplode: “Tutto ciò che noi non siamo stati?! Posso capire il nostro errore, ma noi ti abbiamo sempre dato tutto, non ti è mai mancato niente! Non accetto di sentirmi dire che uno sconosciuto possa amarti più di me! Ho quasi avuto un infarto nel vederti sano e salvo finalmente davanti ai miei occhi, non ti dice nulla?”. Si ferma improvvisamente e sembra riflettere, poi riprende: “ Se pensi che fuggire ti sia stato d’aiuto, sbagli! Avevamo deciso di non dirtelo per non farti rimanere male, ma devi capire che la fuga non è la soluzione, hai perso molto in questo tempo:  Mauro ti avrebbe voluto far gareggiare, ma non c’eri per qualificarti e non puoi più entrare nella Nazionale. Hai compromesso il tuo futuro per il capriccio di un momento”.

Queste parole  mi colpiscono  come nell’impatto con un immenso iceberg, il mio animo affonda lentamente come il Titanic. Tumultuose onde sono i  mille pensieri che mi agitano e letteralmente  mi sovrastano.  

Non ci credo. Correre: il mio sogno, la mia passione,  l’occasione di diventare qualcuno alla pari di Livio mi è passata tra le mani come  fumo e  ora si è dissolta. Non dovevo scappare, ma      affrontare la realtà. Ha ragione papà: fuggire non porta da nessuna parte. Riusciranno mai a perdonarmi? Devo riemergere e risolvere tutto. Corro così ad abbracciare  i miei  genitori e provo una sensazione di immensa felicità, ricambiata dal calore della loro stretta.

Inebriati dal profumo delle brioches al cioccolato, la  colazione prosegue tra risate e gentilezze. Mio padre addirittura, dal giornale  “ La gazzetta delle comiche”, legge la notizia esilarante di un ladro che nella notte ha svuotato una fabbrica di caramelle e  poi è stato ricoverato in ospedale per il mal di pancia; comincia a ridere, contagiando anche noi e liberando tutti dalla tensione accumulata. Vedo gli occhi felici di mia madre e capisco che ora ogni cosa  si sistemerà.

Nella mia camera, mentre mi preparo per la scuola, ho la tentazione di chiamare Beatrice per sapere come sta. Contemporaneamente dalla stanza accanto sento mia madre dire al telefono: ”Ciao Sharon.”

classe 2aH - anno scolastico 2016/2017

(Joel André Alvarado Portocarrero, Gabriele Bianchi, Kassandra Calvi, Gabriele Carminati, Roberto Colpani, Ziad Drissi, Sharon Fera, Eleonora Galluzzi, Sara Gjoka, Michela Lardo, Irene Maestrelli, Jherson Luis Mariano, Filippo Milanesi, Silvia Palamini, Gaia Pavesi, Silvia Pelucchi, Davide Poli, Matilde Poliani, Alessandro Rimaroli, Samuele Russo, Filippo Sambruni, Sonia Susmel)