17 Maggio 2017 - 19:48

L'incipit di Daniela Fava

«Questo è per te un giorno importante! Hai conseguito una vittoria prestigiosa che ti consentirà di gareggiare alle prossime Olimpiadi. I nostri lettori saranno sicuramente curiosi di conoscere il perché di tanto successo e cosa ti abbia spinta, così giovane, a percorrere la strada di nuotatrice» chiese incuriosito il giornalista all’insuperabile Samantha, che si era aggiudicata un prestigioso riconoscimento nel mondo del nuoto.

«Prima di tutto c’è una persona a cui devo questo successo e a cui vorrei dedicarlo. Questa persona è mio padre», un nodo alla gola quasi le impedì di continuare. Poi, tirato fuori un bel fiatone, riprese: «All’età di sette anni, quando ero una bambina vivace e spensierata, mi è stata diagnosticata una malattia che, lentamente, aveva iniziato a danneggiarmi i muscoli.

A quel punto il mondo mi era caduto addosso. Pensavo che per me, quella, fosse stata la fine, anche perché più il tempo passava e più non riuscivo a muovermi, fino a rimanere prigioniera in un letto d’ospedale tra dolori lancinanti! Poi finalmente la cura somministratami iniziò a dare i suoi primi risultati. Nel giro di qualche mese ripresi a muovermi, prima con la sedia a rotelle e poi con le stampelle. Facevo solo pochi passi e già mi stancavo. I medici intuirono che la sola cura e una semplice fisioterapia non sarebbero bastate. C’era bisogno di una terapia adeguata, in quanto le ricadute erano frequenti e, per giunta, nel giro di poche settimane. Tutto questo fino a quando un bravissimo medico non mi prescrisse una terapia che, in un primo momento, rifiutai completamente di fare: il nuoto».

«Il nuoto, dunque, in un certo senso ti ha ridato la salute…?» interruppe l’uomo, sempre più incuriosito di prima.

«Mi ha ridato la vita nel vero senso del termine. Dico questo perché la mia malattia iniziò a peggiorare radicalmente. Nonostante fossi cosciente che, forse, la terapia del nuoto avrebbe potuto salvarmi, io mi ostinavo a rimanere alle mie paure. L’acqua mi metteva una sorta di agitazione, di panico addosso: di paura a trecentosessanta gradi!

Poi un giorno mio padre, dinanzi a una bellissima e grandissima piscina, nonostante le mie urla, pianti e implorazioni, mi sollevò da terra con le sue possenti braccia e mi lanciò dentro. Da quel giorno…»

 

capitolo 6

Restare e continuare

 

Samantha era riuscita a passare dallo sconforto all’imbarazzo e nuovamente allo sconforto dopo essersi imbattuta proprio in Fabrizio in un momento simile. Odiava farsi vedere piangere, specialmente da gente che aveva appena conosciuto. C’era però qualcosa di diverso in quel ragazzo, che fin dal loro primo incontro le aveva ispirato affidabilità e sicurezza.

«Scusa… mi dispiace, non…» singhiozzò, cercando di coprirsi il volto.

«Ehi, ma tu stai piangendo! Cosa ti è successo?». Non rispose. «Vuoi parlarne? Ti puoi fidare…»

«È per Lavinia. Lei… lei ha ragione. Cosa ci faccio qui? A cosa stavo pensando quando ho accettato di partecipare? Non sarò in grado di rappresentare l’Italia. Voi tutti siete eccezionali, persino lei. Mentre io?»

«Stai parlando della malattia?»

Lei annuì, sorpresa. «Allora lo sai!»

«Tutti lo sanno. Abbiamo letto la tua intervista. A me non interessa, comunque, e Lavinia non deve permettersi di dirti certe cose. Non può capire, lei. Non mollare, tu devi restare e continuare!»

Restare e continuare. Quello era stato il suo motto negli ultimi anni. Tutte le sfide che aveva dovuto affrontare l’avevano temprata, almeno così pensava. Soprattutto quella volta… l’ultima gara per le qualificazioni alle Olimpiadi. Si ricordò la vasca enorme, gli schiamazzi del pubblico, il fischio degli allenatori e quell’insopportabile sensazione di inadeguatezza in mezzo a tutte le altre atlete. Eppure, aveva trovato il coraggio di buttarsi in acqua, ancora una volta. Doveva dare tutto quello che aveva. Si concentrò: ora c’era solo il fondo della vasca, solo la voce di Luca che le urlava di continuare, solo l’odore del cloro della piscina. Non doveva farsi prendere dal panico. Eppure il panico c’era. Ma fu proprio quello a spronarla ad aumentare il ritmo. Non le importava più della sua malattia, del dolore che pian piano si era infiltrato nei suoi muscoli. Doveva vincere, ad ogni costo, come aveva fatto fino a quel momento. Quando arrivò alla fine dell’ultima vasca, la prima cosa che vide fu Luca che le corse incontro: «Primo posto! Ce l’hai fatta!»

«Stai bene?» chiese Fabrizio. Fu riportata bruscamente al presente e, imbarazzata, si affrettò a dire: «Sì. Mi sento molto meglio. Grazie per quello che hai detto…»

I due si scambiarono qualche parola prima di ritornare nelle proprie stanze.

L’indomani, Samantha si svegliò piena di energia e si preparò ad affrontare il primo allenamento con la squadra al completo. Fece una doccia fredda per rilassare i muscoli, come le aveva sempre suggerito Sofia, e si diresse a bordo vasca poco prima che l’allenatore iniziasse il suo discorso: «Buongiorno a tutti. Oggi è il vostro primo allenamento e spero siate molto carichi perché vi aspetta un duro lavoro. In queste due settimane di permanenza qui vi allenerete dal lunedì al sabato un’ora e mezza la mattina e due il pomeriggio, oltre a due ore settimanali di potenziamento muscolare. Stamattina cominceremo con 600 metri di riscaldamento, dopo farete 4 serie da 50 e 200 metri stile libero». Lavinia già sbuffava: «Il mio allenatore, prima di iniziare, mi fa sempre fare qualche esercizio di allungamento, alcuni massaggi per rilassare i muscoli…»

Nessuno però le prestava attenzione perché non vedevano l’ora di cominciare.

Finalmente entrarono in acqua. Samantha sentì un brivido per tutto il corpo: le sembrava una delle sue prime volte. Concentrò la sua attenzione sulle osservazioni di Bortone: «Tu, cuffia rossa, stendi bene le braccia! Cuffia rosa, non respirare così spesso che di aria ne hai per due vasche!»

Era abbastanza esigente, ma tutto sommato le piaceva avere un allenatore che comprendeva le capacità e i limiti di ognuno.

Samantha concluse tutto l’allenamento senza problemi e, dopo essersi cambiata, andò in mensa.

Finito il pranzo con Martina, tornò in camera per cominciare lo studio del materiale che i professori le avevano inviato via mail, ma non riuscì a concentrarsi sulla scuola, tutti i suoi pensieri erano per l’allenamento. Poco prima delle tre preparò il borsone e andò in piscina. Stava per tuffarsi in acqua, quando l’allenatore le si avvicinò: «Mi sei piaciuta stamattina, Samantha. Ti ho visto sciolta e sicura di te, mi sembri una ragazza con le stesse capacità delle altre». Lei rispose solo con un timido grazie. Il suo volto non nascondeva lo stupore e la gioia che l’avevano colta impreparata. «Problemi come i tuoi però vanno monitorati costantemente: bisogna far sì che tu non abbia più ricadute, a maggior ragione in questo periodo di preparazione psico-fisica. Ora vai in vasca e dai il meglio di te». Samantha sentì che l’allenatore teneva molto a lei e credeva veramente nelle sue potenzialità. Entrò in acqua carica come non mai. Dopo i soliti 600 metri di riscaldamento Bortone cominciò: «Ora lavoreremo sulla velocità. Dovrete fare 32 serie da 50 metri a delfino con partenza ogni 45 secondi; alla fine vi prenderò i tempi sui 100 metri».

Per tutto l’allenamento Lavinia non fece altro che stuzzicare Samantha chiedendole: «Stanca? Ce la fai a finire?» Questo la caricò ulteriormente.

Arrivato il momento di cronometrare i 100 metri, l’allenatore decise di far partire Samantha insieme a Lavinia. Le due si guardarono dritte negli occhi prima di mettersi gli occhialini; salirono sul blocco, si misero in posizione, Bortone urlò: «Pronte?» un attimo di pausa «Via!». Entrambe scattarono immediatamente. Samantha era sicura di sé e aveva molte energie; furono testa a testa fino all’ultima vasca, quando Lavinia cominciò ad arrancare; Samantha non la vedeva più al suo fianco, fece lo scatto finale e toccò il muro. Restò lì a guardare la sua avversaria arrivare, ascoltare il proprio tempo ed uscire dall’acqua lanciando la cuffia.

Finiti gli allenamenti, ebbe il suo primo incontro con il fisioterapista, Giorgio Rossi, al quale confessò di essere stanca e di avere un forte dolore ai muscoli. Lui la tranquillizzò dicendo che era normale e le consigliò degli esercizi defaticanti.

Finalmente, dopo una giornata intensa ed entusiasmante, entrò nella sua stanza e, accertandosi di essere sola, si buttò sul letto. La prese una grande nostalgia di casa. Non perse un attimo e chiamò il padre; al secondo squillo l’accolse la sua voce rassicurante: «Ciao piccola mia, come stai? Come è stata la prima giornata di allenamenti? Come ti trovi?» Samantha, emozionata, disse: «Sto bene, ho conosciuto persone fantastiche e il posto è bellissimo. Gli allenamenti sono difficili, ma sono elettrizzata e motivata». Il papà si congratulò e le disse che a casa si sentiva la sua mancanza; Samantha non riuscì a trattenere le lacrime. Dopo qualche secondo di silenzio del padre pensò: «Ora è il turno della mamma, speriamo non faccia uno dei suoi soliti teatrini».

«Ehi tesoro, perché piangi? Non ti trovi bene? Fisicamente come stai? L’equipe medica ti piace? Ti senti affaticata? Ti pia..»

«Mamma calmati, sto bene, tranquilla, medici e staff sono disponibili e competenti, è solo nostalgia di casa» disse la ragazza con voce rotta.

Sentì un rumore di tacchi avvicinarsi, poteva essere solo una persona, così salutò frettolosamente e riattaccò. Si asciugò gli occhi appena prima che entrasse Lavinia. Era stanca di farsi stuzzicare da quella vipera. Uscì dalla stanza e raggiunse i suoi compagni in mensa.

Dopo cena, entrò in camera e si distese in silenzio, mentre le sue compagne dormivano. Chiuse gli occhi e rivisse l’allenamento pomeridiano: i suoi tempi erano stati tra i migliori. Tuttavia, iniziò a sentirsi irrequieta.

Continuava a ripensare al suo incontro con Rossi, alla debolezza che l’aveva accompagnata dopo l’allenamento. Aveva il pensiero fisso che gli esercizi assegnati non fossero sufficienti a diminuire la fatica che provava sempre.

No, Samantha. Non puoi permettertelo. Qui a Roma devi migliorare. Ti hanno già vista piangere. Rossi sa quello che dice. Andiamo, niente pensieri. Dormi.

Esercitò sulla sua mente tutto l’autocontrollo che possedeva, ma non funzionò. Fu assalita da quel senso di panico che le ricordava le sue prime gare, i suoi primi allenamenti seri. Fissò il soffitto, agitata. Si ripeteva che i muscoli avrebbero fatto il loro dovere e tutto sarebbe andato bene. Temeva però di avere una di quelle dannate ricadute. Le parole di Bortone si accavallavano alle prese in giro di Lavinia, alle ammonizioni del suo psicologo e ad altre frasi confuse. All’improvviso, però, pensò alla voce di suo padre. Le mancavano terribilmente i suoi genitori, ma sentiva il bisogno di renderli fieri e non voleva che si allontanassero di nuovo.

Pensando a loro, involontariamente, riaffiorò il ricordo della sua primissima gara. Ricordò le insicurezze della sera precedente e rivide una se stessa piccola, inesperta e timorosa di non farcela, ma le tornò in mente anche come, mentre nuotava, concentratissima e tenace, si fosse sentita inaspettatamente viva e con un vigore prima sconosciuto. «E così sarà qui, Samantha. Andrà bene», pensò.

Passò in rassegna tutte le sue vittorie, rivide le numerose coppe disposte in camera sua. La voce di suo padre che diceva «Complimenti, piccola mia» portò con sé quella di sua madre, di Luca, Sofia e Martina, infine di Fabrizio. Chiuse gli occhi e, senza rendersene conto, si addormentò.

Nel cuore della notte fu svegliata da un pianto soffocato; si voltò e vide Lavinia con la testa tra le mani.

classe 2aA - anno scolastico 2016/2017

(Gabriele Agazzi, Andrea Bassi, Niccolò Bettani, Luisa Brokshi, Ersilia Caporuscio,Pietro Casirati, Gianluigi Castelli, Camilla Colombo, Monica Defranceschi, Filippo Demarchi, Tanvi Dogra, Simone Gatti, Chiara Mazzucca, Matilde Molinai, Valeria Monfrini, Domenico Nozza, Curzio Parolari, Rebecca Pettinari, Mattia Resmini, Emilio Riva, Maria Chiara Scarri, Davide Scomazzon,Anna Tomasoni, Giorgia Valsecchi, Simone Zerboni)