Concorso letterario “Città di Treviglio”, i testi premiati

In questa pagina sono raccolti i testi degli studenti del Galilei che hanno ottenuto dei premi nell'edizione 2017 del concorso letterario "Città di Treviglio", organizzato dall'associazione culturale "Malala".

L'onda incontra

Concorso letterario "Città di Treviglio", i testi premiati

Senti, la brezza fresca sulle ali

plana, leggero e spensierato

riempi, ogni luogo ed ogni angolo

e dimmi, ciò che osservi e ciò che senti.

Con gli occhi di un gabbiano racconto il mare

racconto un’onda e i suoi incontri

un’onda che scorge paesi e regioni

un’onda che viaggia

verso il luogo dove infrangersi.

La brezza la trasporta e la culla,

vede una barca, un pescatore

occhi di falco che scrutano l’orizzonte

le vele come lenzuola e la bandiera ritta e fiera.

Si avvicina, tocca il peschereccio,

lo accarezza, annusa,

profumo di tabacco

e canzoni d’un vecchio marinaio.

Dimmi, o gabbiano, che dice ora l’onda?

È la prima volta che incontra un uomo

è felice perché ha capito

quanto vasto e vario è il mondo.

Sta viaggiando spensierata

quando incontra un profumo:

è focaccia genovese,

finalmente in Italia.

Scorge un’isola dalle spiagge amene

tutt’intorno delle barche

colorate e animate,

la Sardegna la saluta.

Dopo giorni e giorni ancora

vede un luogo incantato

c’è un vulcano alto e verde

e di fianco una città.

Sente in mare l’accoglienza

il buon cibo e la paranza

vede i resti di un paese

e rimane a bocca aperta.

Poi il mare si restringe

sembra d’essere in un imbuto

in un canale tra due terre:

è lo stretto di Messina

quando il mare si riapre

qualcosa sta cambiando:

il Tirreno la saluta

è lo Ionio che la accoglie.

Mare aperto.

Il silenzio più totale.

Non un suono,

non un uomo.

Solo una sagoma in lontananza,

si avvicina,

ma barcolla,

delle urla ad accompagnarla.

In quel momento l’onda freme,

si increspa e si dimezza,

sta incontrando la tristezza.

Sembra la barca del pescatore

ma con donne, uomini e bambini

negli occhi l’amarezza,

la paura e la mestizia.

L’onda vede di un bimbo il pianto

una lacrima cade in mare

la raccoglie e la conserva

per portarla fino a riva.

L’onda incontra emozioni

incontra luoghi e incontra ambienti

e quando arriva in spiaggia, tu non sai,

cos’ha visto e chi ha incontrato mai.

Gabriele Bianchi (2aH)

Incontri

Sono seduta su una panchina,

Ancora un po' freddina

E visto che è mattina,

Sarà per via della brina.

Schiudo gli occhi legati dal sonno

Vedo da lontano una bambina

Sembra ancora un po' piccina

Spero non sia solo un sogno

Corre verso di me spensierata

Con il sorriso di chi riesce a illuminarti la giornata

E mi guarda un po' sconvolta un po' perplessa

Dicendomi :"Devi crescere o rimarrai sempre la stessa".

La osservo e non comprendo

Ma aspetta perché ora stai piangendo?

Piano piano riconosco in quel volto

Due occhi, due orecchie un naso che mi par noto

Ora capisco

Mi sembra di vedere in lei il mio riflesso

Certo non come son io adesso

Lo ribadisco

Si avvicina lentamente

sussurrandomi dolcemente

"Io un regalo per te avevo in mente "

E mi porge

Ciò che non riesco a scorgere

È un cassetto di ricordi

Contrassegnato per anni mesi e giorni

Con scritto: "Così non puoi dimenticare

Ciò che ti ha fatto stare bene e ciò che ti ha fatto stare male."

E infine mi lascia su quella panchina

Finché non apro gli occhi ed è già mattina

Ma ricordo sempre questo sogno

Perché ho lasciato andare finalmente la me bambina.

Laura Sangermano (2aC)

Il nostro secondo incontro

Il nostro secondo incontro

La porta è aperta.

Indecise nuvole riempiono il cielo,

il vento di Settembre che le sparpaglia qua e là.

Con dolce ansia una persona attendo,

ad orecchio teso un fruscio aspetto.

Provo a cercare quel passo fra tanti altri,

un passo che mi fa rivivere quel momento.

Ma qualcosa succede...

la porta si chiude,

il cielo suggerisce qualcosa,

le nuvole si aprono

gettando luminosi raggi sul mondo.

Il vento soffia da Oriente.

Sento quel passo.

Avverto quella carezza.

“Sei tu,

sei proprio tu!

Ora ti percepisco”

Mi ricordo quell'incontro.

Un incontro

amaro ma dolce,

doloroso ma piacevole.

Un incontro indimenticabile.

Imprevedibile.

“...Quella notte,

con la luna piena che ci gettava

la sua opaca luce bianca,

come se ci stesse per dire “State attenti!”

Infatti, qualcosa c'era.

La tempesta stava arrivando.

Qualcosa accade...

Ti sei allontanato da me.

Sento solo

un freddo soffio di vento.

La tempesta ti ha portato via.

Ma quella maledetta non sa che

noi siamo inseparabili.

Il nostro incontro era già scritto nelle nostre anime

da prima che ci incontrassimo”.

Noto un fascio di luce

venuto per allontanarti da me.

È ora che tu vada.

Sento un amaro soffio di vento.

Lo sento allontanarsi.

La porta che si apre.

In un battito la richiudo

senza più dolce ansie,

senza più orecchie tese.

Tanvi Dogra (2aA)

Incontri

In un chiosco il tormentone ormai nevrastenico,

il mare grigiastro e mosso

fanno da palcoscenico

al sorgere del sole rosso.

Scalzo cammino

sotto i piedi la sabbia bagnata,

in lontananza dietro ad una staccionata

anziani imprecano cercando di arrivare al boccino.

Assorto tra i miei pensieri alzo lo sguardo

la vedo, rimango sbigottito:

si dirige verso di me con un passo sicuro ma leggiadro

mi soffermo e fisso il suo volto pulito.

Cado nel panico è sempre più vicina,

mi specchio nello smartphone il ciuffo è apposto

fisso di nuovo questa creatura divina

formosa e sorridente la vorrei ad ogni costo.

Ormai siamo l'uno di fronte all'altra

arrossisco ed impacciato le sorrido,

lei ricambia con aria scaltra

il suo sorriso sembra illuminare l'intero lido.

Penso che non posso farmela scappare

devo trovare un escamotage per poterle parlare,

ma da lontano arriva correndo un ragazzo pieno di vigore

la saluta, la bacia e la chiama amore.

Matteo Albani (2aC)

Eterno

Eterno

Di lui m’accorsi sol quel giorno.

Scure le sue carte ingiallite

d’un reo tempo fuggente,

antico, ermo e notturno

ed io bramoso, affamato e curioso.

M’accostai e alzai lenta la mano,

lo tenni saldo, lo sfogliai piano…

Ei mi narrò d’un’eterna fiaba

in perenne e bianca allegria

ove si è sol felici per sempre

per sempre!

Ei mi narrò d’un giorno:

sole infinito, lucente, fulgente

tanto d’infocar i venti,

savane assetanti e roventi,

distese vuote e sconfinate.

Ei mi narrò d’un mondo

ente di falsa lealtà,

colmo di mendace verità,

cui conveniva la superbia

e regnava l’astuzia,

soppressa una sol obliata

bravura.

Ei mi narrò d’alcuni, detti

Viri.

A volti vuoti,

affamati di cieca ingordigia,

sazi di triste orgoglio,

spinti alla folle alterigia

e a distruggere un prato rigoglio.

Posti sempre dinanzi

ad un’isterica luce bianca

volta in viso a nulla distanza.

E vivevan di timidi amori

per frivole Libertà fugaci,

grati a soffocar nei cuori

ogni sapere e volontà voraci.

Tacevano ogni grido di nunzio

e mai un urlo nell’immane

Silenzio.

Pensai, capii, crebbe l’ira e

l’amarezza, ma resi grazie

a quell’incontro, che mi svegliò

dall’inferno

d’un imminente sonno

Eterno.

Samuele Falco (2aN)

Notte

Notte

Spesso di notte fatico a dormire. Così prendo il mio vestito blu e mi metto un fiore nei capelli ed esco di casa mentre le stelle tremano come labbra di ragazze in un bosco, la nebbia è il loro respiro.

Attraverso il paese morente, chiamo un autista e chiedo che mi porti verso la città, chiedo che mi porti verso le vite.

L'autista sorride e mi chiama signorina mentre io penso che lui è la prima vita incontrata stanotte. Incontro, contatto, me ne innamoro. Narrerò la sua storia sul retro di una banconota. È ciò che faccio. Io viaggio. Incontro, scrivo e cambio.

Poi raggiungiamo la città; nodo di elettricità, nido di respiri: ringrazio, saluto, sparisco. Incontro la città. La città profuma di voglie e lacrime, gli occhi si fanno brillanti. Profuma di rabbia e disperazione, mi fa male il petto. Profuma di innocenza e di sangue. Troppe sono le percezioni, l'ossimoro non basterà. Mentre gli altri tremano, li incontrerò.

Passo di fronte ad un hotel illuminato. C'è qualcuno in piedi di fronte al portone ed è un qualcuno ubriaco fradicio. È un ragazzo giovane, bello e ricco. Sostiene l'andamento decadente dei valori e ne è consapevole. Posa la bottiglia a terra. Ancora una volta si meraviglia dell'immortalità dell'arte, un po' si rabbuia, poi si compiace di essere un cattivo esempio. Si accorge di me e pensa a come sia il suo riflesso nei miei occhi, così lo fisso e mi innamoro di lui. Incontro, contatto. Narrerò la sua storia su carta spessa.

E così è che attraverso la strada grande, mentre ragazze ridono. Una di loro ha gli occhi che paiono liquidi e sono scuri come legno di ebano. Le solletico l'anima e lei lo capisce. Ha i pugni chiusi lungo i fianchi, ogni minuto che aveva passato in riflessione le pesava sulle spalle. Poi ha trasformato il peso in rabbia di fuoco ed ora ride con le fiamme in petto. Queste mi scaldano ed io mi innamoro di lei. Incontro, contatto, narrerò la sua storia nel diario blu da studente.

Passi alle mie spalle in una via buia; io, pronta, mi volto. Un ragazzo si porta il dito alle labbra perfette e stringe un pugnale argento con la mano destra. Mi fa una riverenza e sbatte le ciglia lunghe ed io mi innamoro di lui. Vedo gomitoli di pensieri sulla sua fronte, vedo gomitoli di pensieri che convergono nella sua mano destra. Il pugnale ne è avvolto. La luce lunare ha reso scuri quei pensieri. Mi chiedo di che colore sarebbero le sue intenzioni se la luna fosse nera. Incontro, contatto. Narrerò la sua storia in un disegno su tela, con il sangue che presto sarà sulla sua arma.

Ballo piano, mi giro. Entro in un vicolo che ha il suono dell'immobile. Vedo la luna dal vetro rotto di una finestra del secondo piano. Poi vedo oltre il vetro rotto, vedo oltre le mura: so che c'è un uomo dai capelli biondi, siede in mezzo alla stanza osservandosi le mani. Le osserva e sono immobili da ore, mentre i suoi pensieri corrono corrono corrono ed ha bisogno di caffè. Sento le nubi applaudire alla sua immobilità apparente. Incontro, contatto, mi innamoro di lui e ne narrerò la storia su un canale di statico in televisione.

Una ragazza sta piangendo seduta per terra, l'autocommiserazione la abbraccia teneramente ed io inclino il capo. Ha occhi chiari e pelle pallida e oh, conosco il suo nome: Maire viene dall'Irlanda, porta tacchi alti e un vestito. Le sue lacrime le cadono sul petto e la fanno piangere ancora di più. Si accorge appena di me, mentre le dono uno specchio. Ci guarda dentro ed io mi innamoro di lei.

Mi muovo dolcemente e c'è una ragazzina che scappa di casa, ha grida nelle orecchie, lampi di schiaffi cuciti sotto le palpebre e discorsi morti stretti fra i denti. Guarda il cielo e pensa che odia Dio. Poi pensa di essere stupida ad odiare qualcuno che per lei non esiste: perché vuole solo essere grande e non vuole che nessun Dio sia più bravo di lei in questo. Serra le labbra e la incontro, mi innamoro di lei. Non le darò nulla. Sarebbe per lei un'offesa.

C'è una donna nella via laterale, ama colui che l'ama ed è bella da impazzire. Spezzetta il suo amore ogni sera. Sa che potrebbe non farlo, ma non le riesce nulla, altrimenti. Ha gli occhi irrequieti di chi non dorme e mi sussurra che pensa sempre al suo amore spezzettato e si chiede cosa succederà quando non ne avrà più. Le poso un bacio sulla guancia e mi innamoro di lei.

Un ragazzo ride alla mia destra. Ha il cuore leggero ed espira tutta la sua anima. Ride e ride e sa di non avere scelta. Ride e ride e decide di non fermarsi, o l'anima si farà pesante e lo inchioderà al muro. Ride e ride e mi sfiora e mi innamoro di lui. Narrerò la sua storia su di uno spartito.

Ho incontrato ed incontrato ed ora amo. Ora amo e torno a casa.

Spesso di notte fatico a dormire. Così prendo il mio vestito blu e mi metto un fiore nei capelli ed incontro ed incontro ed amo.

Maria Chiara Scarru (2aA)

Il divenuto

Il divenuto

Mi trovo nel parco in una giornata estiva. Caldo, un caldo quasi soffocante. Credo siano circa le quattro del pomeriggio,sono seduto a dondolarmi sull’altalena, come per schiarirmi le idee , quando mi accorgo che accanto a me, sull’altro sedile, è seduto un uomo che non ho mai visto: ha un aspetto strano, quasi come se sia fuori posto, con degli occhi di cui non riesco a cogliere il colore, dei capelli brizzolati corti e ben ordinati con una punta rivolta verso l’alto, e soprattutto dei grossi e folti baffi neri. Lo distingue anche un’espressione tranquilla, priva di qualsiasi emozione, e un vestiario elegante, costituito da un completo grigio, quasi marroncino, e una cravatta bianca, intonsa.

Si dondola con una lentezza quasi ipnotica, con le braccia appoggiate elegantemente sulle cosce, quando, improvvisamente , muove quegl’impressionanti baffi e pronuncia così le sue prime parole: “ Perché sei qui? … Io lo so e tu? Sei qui perché è un periodo cupo per te, un periodo che io definirei di crisi morale, di incertezza”. Io, colpito da quelle parole, rispondo: “ E lei come fa a dirlo? Nemmeno ci conosciamo, nemmeno so chi sia lei?”dico con voce pacata, ma alquanto preoccupata e in fremente attesa di risposta.

”Vedi - inizia a dire- la tua vita è come un serpente che si morde la coda: un’eterna, come dite oggi, routine che si ripete incessantemente: ti alzi, ti vesti, vai a scuola, torni a casa, sbrighi le tue faccende, e vai a dormire. Muori alle 22.00 e rinasci alle 6.00 ogni giorno. Il cosmo, stando anche alla termodinamica, è composto da un numero infinito di elementi, e questi non si creano né si distruggono quindi si ricomporranno più volte per formare diverse combinazioni in un periodo di tempo infinito.”

Non ho nemmeno il tempo di sentirmi scombussolato per le parole appena pronunciate, che all’improvviso, da dietro lo scivolo spunta un nano ben vestito, che si mette a ballare e subito, prima che possa chiedere una qualsiasi spiegazione, l’uomo dai lunghi baffi attacca con il suo discorso: “Quello è lo spirito di gravità, pesante come il piombo lui impedisce la tua ascesa. Il nano balla sulle tue difficoltà. Le tue grida sono la sua musica”. Sostenuto da uno strano ritmo jazz che riecheggia nell’aria e di cui non distinguo la provenienza, quella strana piccola figura continua a ripetere, in una lingua strana e a me incomprensibile le stesse parole che prontamente l’uomo seduto accanto a me traduce: “Salivi, sognavi , ma le pietre lanciate, destinate alla caduta sono”. Inizio a capire! Il nano non vuole opporsi alla mia ascesa ma solo ricordarmi che …”.Vengo interrotto da una voce vicino a me che conclude il mio discorso dicendo: “… l’ascesa non è eterna ma è il tempo che la vince. Il tempo vince su tutto,anche sulla volontà di potere.” Dopo questa breve (direi anche incredibile) interruzione del mio amico elegante, mi giro per vedere lo spirito di gravità ma questo è incredibilmente svanito nel nulla. Bah!

Sento le campane suonare … mi risvegliano da questo incredibile torpore e decido che è il momento di parlare: “ Perché poco fa hai detto che mi trovo in una,come la definiresti tu, “crisi morale”? Mi sembra un termine un po’ esagerato per definire i momenti di incertezza che può avere un quindicenne non trovi?” Come un esperto conoscitore della sua materia di studi, interrogato riguardo una questione relativa ad essa, non si lascia sfuggire l’occasione di replicare alla domanda appena posta dall’esaminatore, così la presenza seduta accanto a me è lestissima nel rispondere a tono alla mia pur semplice questione: “ Ti trovi in una crisi morale semplicemente perché con il tuo scetticismo stai distruggendo tutto ciò che di buono avevi creato fino ad ora: io ti guardo negli occhi e lo capisco. Ad esempio vedo nei tuoi occhi l’insicurezza di uno che trascorsi questi anni non avrà idea di cosa fare del suo futuro perché a saper tutto,nulla potrai fare. Ma non ti devi preoccupare di questo, del tuo futuro … Alla fine non sarai tu a scegliere, bisogna rassegnarsi al fatto che la vita è solo un immenso teatro, non è lo spettatore a decidere l’andamento dello spettacolo,al massimo può assistervi e giudicarlo,ma tutto è già registrato e prestabilito.”

Si continua ad avvertire una strana atmosfera e le campane continuano imperterrite a suonare, ma questo idillio è interrotto ancora una volta dall’uomo innominato: “Senti il suono dell’oppressione … le religioni continuano a propinarci l’oggetto di venerazione più lontano dalla realtà:il nulla. Tutti questi preti non sono altro che gli eredi di Paolo di Tarso, colui che ha abusato di un messaggio per ottenere il potere, falsificandolo e vaneggiando su un Dio per i nostri peccati, sulla redenzione mediante la fede, sulla resurrezione,e su un giudizio divino dopo la morte. Sempre lui ha fatto della croce il punto cardine della Fede, connotandola di un significato spirituale: Dio ha salvato l’umanità condannando suo figlio ad una morte da schiavo. Quale furbata!-e qui ride fragorosamente- Mi capisci? Lo vedo nei tuoi occhi.”

Capisco quello che mi sta dicendo, non posso mentirgli e allora rispondo: “ Gli schiavi e i deboli prendono il soppravvento. La loro morale prende il soppravvento.” E continua lui: “ Bravo! La morale cristiana ci vuole indirizzare sul sentiero della virtù e della felicità attraverso un decreto morale, ma di questo l’individuo non ha bisogno. I deboli vivono seguendo gli insegnamenti etici dell’ “Illuminato sulla via di Damasco”, comportandosi con umiltà e carità, ma dimenticano che non esiste l’altruismo. Esso è solo falsamente disinteressato, perché non esistono condotte che non siano egoiste. Paolo inoltre ha illuso e impaurito gli uomini, parlando di una vita dopo la morte,di un aldilà che è il premio per la buona condotta terrena, e di un inferno che rappresenta la sofferenza eterna. E chi si approfitta delle paure altrui, tiene questi in suo potere. Il Dio cristiano ha inquinato, con la speranza speculativa di una vita ultraterrena, l’esistenza terrena degli individui. ”

“Di questo però sono già a conoscenza” replico: “ È dalla prima media che ho perso la fiducia nel Dio cristiano e nella chiesa. Non mi pare una novità questa. O forse sbaglio?” E allora lui prosegue: “E allora parlane! Annuncia la lieta novella! Gridalo per le strade! Gli spiriti liberi come te lo devono dire: Dio è morto!” Comincio a comprendere il messaggio: “Quindi tu credi che, a causa della morte di Dio, io non sia riuscito a creare altri nuovi valori. È corretto?”

“Parzialmente” aggiunse “ tu hai tentato di creare nuovi valori ma il tuo scetticismo ti ha impedito di completare l’opera.”

Proprio in questo momento vedo un cane spuntare dal verde, cosa normale ovviamente in un parco, ma questo ha qualcosa di particolare: vi sono infatti come due bozzi sulla sua schiena. Strano!

“Ammira come deve essere il tuo percorso” dice l’uomo, e nel momento in cui mi giro il cane non c’è più. Al suo posto un animale insolito per questo posto: un cammello, con un grosso carico sulla schiena, le sue ginocchia non reggono il peso che porta e allora si piega. Ma resiste, è paziente, e cerca di portare il suo carico, di adempiere al suo compito. “Quell’animale è sottomesso. Il suo principio è “Tu devi!” e non fa altro che ubbidire alle imposizione e alle tradizioni.” Nella stesso istante in cui ha pronunciato queste parole, l’animale come prima scompare e lascia il posto, con mio grande spavento ad una fiera feroce e maestosa: il leone. Non ha più alcun peso da portare, ma ringhia, ruggisce, mugugna e non è soddisfatto. “ Quell’essere porta con sé troppa negatività. È come te: si è scrollato di dosso i vecchi valori ma è incapace di andare avanti e di crearne di nuovi.” Il leone è in continuo stato di agitazione e ci fissiamo finché lo vedo muoversi pericolosamente verso di me: si scaglia con tutta la sua agilità in mia direzione con le fauci spalancate,come per volermi addentare, e con gli occhi serrati per l’immenso spavento, d’istinto mi ritraggo per difendermi ma …

Quando mi rigiro sono incredibilmente incolume, e sento anzi della risa provenire dal terreno: è un bambino!Giocoso,privo di pregiudizi,innocente,sano. “ Lo vedi come tutto ritorna! Nasci fanciullo, ma per superare te stesso ed essere in grado di creare nuovi valori devi ricominciare a pensare come lui. Il piccolo non ammette alcuna regola che non venga da egli stesso. L’oltreuomo è pura potenza creativa”. Il bambino in quell’istante si dissolve, e come una banale particella di polvere, si mescola con l’aria.

“Capisci quindi che l’esistenza non ha un vero senso: la religione, lo stato , gli ideali, non sono altro che una “cospirazione”, delle cortine di fumo,delle ancore che ci permettono di vivere tranquillamente in un mondo che altrimenti sarebbe caos, e che ci dicono che esistere è una cosa normale. La natura ha creato un aspetto della natura separato da sé stessa.” Afferma l’uomo seduto accanto a me.

Io, turbato da queste asserzioni, dico: “ Ma scusa, se allora la vita non ha un senso, perché non dovrei uccidermi?”

“Questo non devi mai pensarlo” mi risponde. “ Dimmi: se al teatro togliessi gli spettatori, che senso avrebbe? Inoltre tu sei il ponte sul quale quel bambino dovrà camminare un giorno. Solo l’oltreuomo sarà in grado di sopportare questo fardello: l’esistenza non ha un fine ultimo”.

Come in una grande sala cinematografica si è completamente assorti dalla visione del film che spesso non ci si accorge da dove provengano i suoni e i dialoghi, così io, completamente ipnotizzato da quell’ uomo baffuto, non mi accorgo della musica che risuona nell’aria prepotentemente: tutto trema intorno per quelle note, ma lo riconosco subito quel motivo: è il secondo movimento della Nona Sinfonia del caro Ludovico Van! Però quell’armonia, talmente forte e disturbante ,non mi permette di parlare con l’uomo elegante.

“Devo sapere il tuo nome!” gli grido.

“Già lo conosci!” mi risponde urlando.

Come posso conoscerlo? Non riesco a capire. La melodia si fa sempre più forte. Ho come la sensazione che questo vorticare di note mi porterà via, finché …

DIN! DIN! DIN! DIN! ...

Mi risveglio nella mia stanza disteso sul letto. Osservo la sveglia che suona: sono le sei di mattina. Spengo quell’orribile rumore, mi metto seduto sul letto pensando a quel sogno e a quanto sia stato sconvolgente per essere frutto della mia mente. Vedo un libro sul tappeto di fronte a me – Che stupido! Mi devo essere addormentato mentre leggevo!- penso tra me e me. Lo raccolgo e leggo il titolo e il nome dell’autore – “Cosi Parlò Zarathustra”: Friedrich Wilhelm Nietzsche.-

L’uomo del sogno aveva ragione: io conoscevo il suo nome.

Guardo di nuovo la sveglia. Mi devo sbrigare è tardi, altrimenti perdo l’autobus. La routine deve ricominciare.

«Ogni volta che ho trovato un essere vivente, ho trovato anche la volontà di potenza».

F.Nietzsche

Andrea De Odorico (2aN)

Come un sogno

Come un sogno

E dai suoi occhi,

come gocce di pioggia

lacrime, di un amore infinito

di un ricordo lontano.

E all’incontro:

un abbraccio di infinita gioia,

di gioia triste,

di triste malinconia.

E come un sogno si vuole

che non termini mai

e che tutto,

rimanga interminabile.

Curzio Parolari (2aA)

Un autore in cerca di personaggio

Il signor Evans bussò alla porta. "Josh! Possiamo entrare?". Ci fu un attimo di silenzio, poi un tonfo, come se qualcuno avesse gettato a terra qualcosa. "Questo è un sì!" spiegò alla ragazza al suo fianco. Girò la maniglia e aprì la porta, fermandosi sull'uscio. All'interno l'aria era satura di polvere e di un odore di chiuso.  Le tende erano chiuse e il lampadario spento. La camera appariva angusta e piccola, in parte per colpa dell'oscurità quasi totale. Solamente una piccola lampada posizionata su una scrivania illuminava ammassi di libri e di giocattoli sparsi sulla moquette bordeaux. Sulla parete di sinistra, c'era un letto immacolato, a destra una libreria depredata del suo contenuto ed un armadio le cui ante trattenevano a stento la quantità eccessiva di vestiti riposti in esso. Tutto appariva come avvolto da un velo invisibile, come se ci fosse un filtro tra l'osservatore e quel luogo, il cui caos sembrava scherzare con la realtà stessa di quella che doveva essere una camera di un bambino di 10 anni. Pian piano gli occhi della ragazza si abituarono a quella bassa luminosità, fino a distinguere una minuta figura rannicchiata a fianco della scrivania, con la testa un paio di centimetri al di sotto della piccola lampada. Era piegata su se stessa in un modo innaturale e contorto, dando la schiena ai due. "Josh! Quante volte ti ho detto che non voglio che tu scriva al buio?" si lamentò il signor Evans, affrettandosi a cercare l'interruttore della luce. Quando finalmente questa fu accesa, il velo invisibile si infranse e le dimensioni della camera risultarono tutt'altro che anguste. La stanza era costituita da uno spazio molto vasto, occupato da una quantità altrettanto elevata di cianfrusaglie. Kate poté vedere con chiarezza Joshua che nel frattempo si era preso la briga di voltarsi verso loro per scoccare uno sguardo seccato allo zio. Lui, per tutta risposta, spinse oltre la soglia Kate, frapponendola tra loro. La ragazza, presa alla sprovvista, guardava incredula il bambino. Joshua era magro, quasi schelettrico e, a causa della sua posizione, basso di statura. La carnagione era giallastra e pallida, tranne per le labbra violacee e le profonde occhiaie scure che gli solcavano la pelle. I capelli erano una matassa incolta, corvini, mentre gli occhi spiccavano di un verde brillante. Questi, inquisitori, si spostavano di continuo dallo zio a Kate.  Si mordicchiava il labbro, come se stesse trattenendo delle parole che sapeva benissimo non potevano essere pronunciate in quella occasione. Nonostante ciò, fu lui il primo a rompere il silenzio che si era venuto a formare. Prese un piccolo libricino vicino ai suoi piedi ed alzandolo in aria sibilò "Zio, ho finito di scriverne un altro. Domani puoi darmene un nuovo, per favore?". Il signor Evans annuì con accondiscendenza. "Lo sai bene che non devi chiedere per favore quando si tratta di queste cose. Domani ti farò avere un nuovo diario. Intanto posso presentarti questa bella ragazza?". Kate fece un passo in avanti, salutando. Era da settimane che il signor Evans  parlava al bambino di quei suoi convegni di lavoro che lo avrebbero tenuto occupato tutto il pomeriggio, e della possibilità di prendere una babysitter per "fargli compagnia". Non c'era voluto molto per capire che quel termine significava letteralmente una supervisione per la sua salvaguardia e per quella della casa. Josh non aveva mai contestato l'idea, o meglio, non si era mai espresso. In cuor suo, aveva capito benissimo che quella era la scelta più logica da fare, ma allo stesso tempo l'idea di avere un individuo a tenerlo d'occhio non lo entusiasmava. "Lei è Kate. Si occuperà di te per questo pomeriggio. Ti ricordi che ne avevamo parlato?" chiese lo zio. Josh scosse la testa. "No ... però tu devi andare per forza, giusto zio?". "Esatto. Si tratta solo di un paio d'ore.". "Va bene, tanto io sono occupato." borbottò Josh, ritornando a dare le spalle al suo interlocutore.  Lo zio sfoderò un sorriso dopo aver ottenuto solo quella che era una rassegnazione e non una sperata accettazione della situazione da parte di suo nipote. "Allora, io parto. Sono già abbastanza in ritardo. Mi raccomando, comportati bene. Signorina, buon lavoro! Sono sicuro che se la caverà benissimo. Ci vediamo tra poco ...". Dopo aver stretto la mano a Kate, l'uomo si affrettò ad uscire dalla stanza, chiudendo la porta dietro a sé. Lei, ritrovatasi così su due piedi in quella strana situazione e con l'impressione che le fosse stato passato in mano un pezzo di brace bollente, rimase immobile. Ancora una volta, calò un silenzio imbarazzante. Fortunatamente Josh non la degnava di uno sguardo, limitandosi a continuare la sua scrittura su fogli sparsi. Ad una prima occhiata la ragazza non avrebbe dato l'idea di avere alle spalle una lunga carriera da babysitter. In realtà era ormai un anno che passava di casa in casa, ritrovandosi davanti le più svariate tipologie di bambini, in cerca di una paga sufficiente che le consentisse quel minimo di libertà economica dai genitori che ogni sedicenne sogna di ottenere. Però era la prima volta che doveva curare una persona con dei "problemi". Odiava definirli in quel modo, anche perché non erano difficoltà fisiche quelle di Josh ma psicologiche. Quando rispose all'annuncio di lavoro inoltrato dalla famiglia Evans nel suo liceo, aveva avuto occasione di parlare una prima volta con lo zio. Questo si era affrettato a precisare che suo nipote era affetto da un forte disturbo dell'umore, dovuto alla morte dei genitori in un incidente avvenuto l'anno prima. La situazione di Josh non era tale da chiedere assistenza medica, ma comunque necessitava di una particolare attenzione. Kate non sapeva come muoversi, nonostante avesse passato gli ultimi due pomeriggi attaccata ad internet, cercando informazioni sul disturbo dell'umore. Sapeva bene che cercare di instaurare un rapporto sarebbe stato incredibilmente arduo, e si chiedeva quindi se valesse la pena tentarci invece di controllarlo senza disturbare. Era un ragionamento freddo ma pochi avrebbero potuto pensare diversamente. Il suo piano di starsene zitta e tranquilla si infranse quando, nuovamente, Josh interruppe il silenzio. "Puoi sederti, se vuoi ..." disse indicando una piccola sedia in un un angolo. Kate si sedette, ringraziando. "Lo zio dice che non si deve ringraziare per questo genere di cose. Sono dovute.". Per la seconda volta, il bambino sollevò un suo libricino, lanciandolo ai piedi della ragazza. Presa dalla curiosità si dimenticò dei suoi propositi, lo prese tra le mani ed iniziò a sfogliarlo con flemma. Nonostante la giovane età, Joshua scriveva con una  magnifica calligrafia,  una varietà lessicale e  una chiarezza sintattica invidiabili. Non si poteva dire lo stesso del contenuto che ad ogni riga variava in modo radicale in modo illogico. Si passava da incipit di racconti mai finiti a descrizioni di una giornata qualunque, fino ad alcuni testi scolastici di descrizione. Kate si lasciò sfuggire un'esclamazione sorpresa, alla quale Joshua si girò di scatto. "Che hai?" chiese bruscamente. "Niente ... è che non capisco cosa tu voglia scrivere ..." si affrettò a rispondere Kate. "Ah ... se è per quello.. Nessuno lo capisce. Alcune volte nemmeno io ..." continuò lui, con una nota di aspra ironia nella voce. La ragazza si accorse come stranamente quella sua risposta l'aveva incuriosita, tanto a indurla a chiedere "Perché scrivi, allora?". "Mi piace scrivere e basta". Lei lo guardò confusa, con la curiosità non ancora soddisfatta ed un impulso impellente a continuare la conversazione. Non trovava però il coraggio di aprire la bocca. "Smettila, per favore.". "Cosa?". "Smettila di guardarmi così, sei irritante.". Lei però non smise, cercando di decifrare la mente del bambino. Lui si girò ancora una volta, cercando di ignorarla.  Ci provò per qualche secondo, fino a quando non ne poté più di sentire lo sguardo di lei pesare sul suo cranio. "Per favore, smettila." ripeté alterato.  Solo allora, Kate abbassò gli occhi. Comunque, Josh percepiva come la sua babysitter desiderasse saperne di più e quella percezione lo esasperava.  Si arrese, capendo che non avrebbe trovato pace fino a quando lei non avesse fatto lo stesso. "Scrivere mi distrae. Ritengo che la mia vita sia troppo noiosa. Non voglio morire di noia.". Kate sfruttò quel momento per attacare una discussione "Io invece leggo per distrarmi. Mi piace tantissimo la letteratura inglese ...". Joshua replicò "Letto qualcosa, non è male." Kate si infervorò per un momento "Non è male?! Scherzi?". Lui scosse la testa "Dopo un po' è ripetitiva." continuò. "Gli scrittori inglesi non avevano fantasia per i personaggi, Jane Austen o Wilde. Non si può scrivere una bella storia con dei protagonisti ripetitivi. I russi, invece, sapevano scrivere un intero romanzo parlando di una sola giornata. Erano costretti ad essere originali, altrimenti il lettore si sarebbe addormentato dopo le prime due pagine.". Kate era ormai presa dal dibattito "Ma non è solo questione di personaggi. In un romanzo ci deve essere anche una bella trama ed una buona ambientazione storica!". Joshua si mise il volto tra le mani, riflettendo. Da una parte sapeva che continuando di quel passo, si sarebbe andato a cacciare in un dibattito estenuante, dall'altra, non poteva ignorare il fatto che qualcuno considerasse più importante l'ambientazione dei personaggi. "Se tu fossi un personaggio, saresti estremamente noiosa. Se questo fosse un romanzo, l'ambientazione sarebbe la mia grigia cameretta, ma potrebbe essere interessante se tu avessi un qualche spessore psicologico. Per esempio, io soffro di depressione psicogena. Tu hai invece un dolore atroce che ti dona un qualche tipo di esperienza di vita vagamente interessante?". Kate ammutolì per qualche istante. Rispose semplicemente "No". Lui la fissò dritto negli occhi prima di dire "Infatti, sei noiosa".  La ragazza rimase turbata. Come poteva un dolore atroce essere considerato interessante?  Lei non aveva mai visto i propri dolori in quel modo. Anzi, cercava di non prenderli nemmeno in considerazione, quando poteva. "Non è una cosa carina da dire ..." commentò. Joshua era nuovamente sul punto di mettersi a capofitto nella sua scrittura "cubista", senonché una nuova domanda lo costrinse a bloccare l'andamento frenetico della biro. "Perché parli in questo modo?". Il ragazzino era arrivato al limite solo dopo pochi minuti di discussione. Non poteva più sopportare quel fastidioso ronzio che lo distraeva dal suo lavoro. Si impose di rimanere calmo. Aveva fatto una promessa a suo zio e non poteva infrangerla, per il bene di tutti. In quei mesi aveva imparato a sentire il peso di tutta la preoccupazione che indirettamente suscitava intorno a sé. Persino la sua babysitter aveva un leggero velo di apprensione sul volto, nonostante tutta la sua buona volontà per nasconderlo. "Quando impari ad annoiarti veramente, persino gli eventi più macabri possono ispirare interesse." boffonchiò. Kate era determinata a dimostrargli il contrario, e infervorata, disse "Credo che tu sia ancora troppo piccolo per capire cosa significhi!". La ragazza aveva cambiato totalmente atteggiamento in pochi minuti. " Già ... avere perso i genitori è una bazzecola". Il bambino lo disse con una tale freddezza, che quest'ultima colpì Kate più velocemente del  senso di colpa della babysitter per le parole appena pronunciate. La ragazza voleva solo creare un buon rapporto con Josh, ma lei stessa rompeva ogni buon proposito di starsene zitta e tranquilla. "Non intendevo questo". Lui non l'ascoltava. Le cose stavano peggiorando. La ragazza sospirò. "Come al solito ho peggiorato la situazione".

Quello fu il loro primo incontro. Un evento memorabile, ma non uno dei più gioiosi da conservare. In ogni caso, lei era determinata a non arrendersi. Per qualche ragione  ignota, aveva il forte desiderio di aiutare quel bambino.

Lo zio di Josh la assunse definitivamente, così i due ebbero molte altre occasioni per vedersi. Kate dovette passare diverso tempo in silenzio, seduta su una sedia e prima di poter capire come muoversi con Joshua. Lui  non si sforzava per aiutarla e per lo più, se Kate riusciva a coinvolgerlo in qualche discussione, lui se ne usciva con uno dei suoi commenti indifferenti. Eppure, suo zio sembrava entusiasta di tutto ciò. Vedeva nel nipote dei cambiamenti che solo lui poteva notare. Kate iniziò a portare a Josh nuovi libri, evitando di prestargli due volte di seguito un romanzo inglese i quali venivano prontamente letti in una giornata. Poi, anche se di malavoglia, Josh rilasciava una sua recensione. Ovviamente le loro opinioni non coincidevano mai, ma questo rendeva solamente la lettura più divertente. Non sempre la ragazza aveva avuto la fortuna di badare a un bambino silenzioso e appartato. In un paio di occasioni, Josh non le permise nemmeno di varcare la soglia della camera. Si trattava di quelle periodiche depressioni che lo rendevano ancor più lunatico di quanto non lo fosse già.  Effettivamente, Kate aveva l'impressione che il bambino avesse la piena consapevolezza dei suoi attacchi di furia incontrollata e che per ciò non la lasciasse entrare. Non era uno stupido.

Dopo due anni... "Josh! Accelera il passo, altrimenti arriveremo in ritardo!" esclamò la ragazza mentre trascinava per un braccio il ragazzino che cercava di tenere il passo. Era una giornata estremamente piovosa e i due correvano a perdifiato lungo uno stretto marciapiede, con un cappuccio calato sulla testa. "E' solamente colpa tua! Se non avessi tardato a passarmi a prendere, magari ci saremmo anche evitati questo acquazzone. Sei la solita scema!". Kate non aveva tempo di preoccuparsi degli insulti, teneva gli occhi fissi sull'orologio. "Dobbiamo arrivare alla libreria per le tre, mancano solo dieci minuti all'inizio della presentazione!" urlò. I due si fiondarono a tutta velocità lungo la strada che li separava dalla meta, facendo attenzione a non travolgere alcun passante. Non era la prima volta che Joshua si faceva convincere da Kate a uscire da casa , ma sicuramente quella era l'uscita più movimentata che il ragazzo avesse mai fatto. Dopo mille peripezie ed inciampi, i due finalmente rallentarono quando videro a pochi passi da loro la vetrina illuminata della libreria. "Bene, abbiamo persino qualche secondo per riposarci!" commentò Kate, mentre si avviava a passo spedito verso l'entrata del negozio. Stava per spingere la porta di ingresso quando notò che Joshua si era fermato qualche passo indietro, sotto la pioggia, immobile. Lei gli fece segno di raggiungerla, ma quello sembrava non aver alcuna intenzione di muoversi. Teneva la testa bassa e le braccia lungo il corpo, rigide. Kate lo aveva visto innumerevole volte assumere quella posizione giusto prima di lasciarsi andare ad uno dei suoi attacchi isterici. Senza perdere tempo lo raggiunse, preoccupata che andasse in escandescenze. Si inginocchiò per guardarlo dritto negli occhi. Sapeva benissimo di non doverlo toccare in quella situazione e di tenere le dovute distanze. "Che hai adesso?" chiese con calma. Lui tentò di parlare contorcendo la bocca più e più volte, senza che un singolo suono venisse articolato correttamente. "Sei agitato per la presentazione del libro?" chiese Kate. Lui scosse con forza la testa. "E' perché tuo zio non può venire? Lo sai che ha degli impegni di lavoro ...". Ancora una volta il ragazzino scosse la testa. "Parla Josh. Lo sai che ti puoi fidare!" . Allora, Joshua tolse dalla tasca della giacca il piccolo libricino regalatogli qualche anno prima dalla ragazza. Lei cercò di sfoderare l'epsressione più serena che potesse assumere a cui il bambino rispose con una specie di smorfia, vagamente somigliante ad un sorriso. Solo allora Kate si azzardò ad appoggiargli una mano sulla testa. "Scemo ... Quasi non ti riconosco. Dov'è finita la tua sfacciataggine?  Tutta questa timidezza non va bene con il tuo personaggio. Cerca di riprenderti!". Corrucciato, Joshua la fissò con sguardo perso "Adesso che sono riuscito a scrivere e a pubblicare un libro, non so se voglio essere così ..." bisbigliò. "Non so se voglio diventare un personaggio ...". Kate gli scompigliò i folti capelli. "Bradipo. Troppo comodo così! Ognuno ha un proprio personaggio da interpretare. Guarda me. Io sono la babysitter noiosa, e sottolineo noiosa, di una pulce rompiscatole. Tuo zio è il saggio vecchio, pieno di consigli e di proverbi. Tu sei invece la pulce, ma non solo! Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant'altre situazioni in cui l'autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l'autore non si sognò mai di dargli!". Lui alzò lo sguardo sbalordito. "L'ultima frase che hai detto non è di uno scrittore russo!". Lei rise." E nemmeno inglese! Indovina un po'. Questo è italiano. Pirandello!". Anche lui rise, o almeno si sforzò di farlo "Questo non me l'aspettavo. Stai migliorando, babysitter!". "Cerca di farlo anche tu ed entriamo in questa libreria, prima di far tardi!". Per l'ultima volta, Joshua sbuffò e con la testa abbassata seguì la ragazza che gli faceva strada. Rassegnato all'idea che forse la sua compagna d'avventure potesse avere in parte ragione, iniziò a riflettere su quale personaggio avrebbe potuto essere, poiché non gli piaceva essere solo una pulce. Certo, la pulce era meglio che essere un nessuno. Era il suo punto d'inizio. Joshua si ritrovò davanti a una marea di persone. Non poteva credere che il suo lavoro avesse avuto così tanto successo. Tremava un po', ma riuscì a raccogliere la forza necessaria per parlare.

Forse in quell'istante Joshua Evans iniziò ad essere il suo personaggio: smise di leggere la corta prefazione della sua vita, per viverla.

Mattia Resmini (2aA)