Martina Comotti

Non a tutti gli eroi capita di dover ripetere le imprese che cinquecento anni prima li hanno resi famosi e acclamati da tutto il mondo. L’eroe di cui stiamo parlando non è proprio un eroe, non vi aspettate tutine aderenti, mantelli, maschere e superpoteri.

Si chiamava Astolfo, ed era il figlio del re d’Inghilterra, un ragazzotto normalissimo: capelli rossi, occhi verdi, lentiggini e cinquecento anni sulle spalle; era un po’ goffo, un sempliciotto, e l’unica cosa che gli importava era il suo bellissimo e grassissimo ippogrifo, Fierobecco.

I due avevano passato gli ultimi anni della loro vita a bighellonare tra l’ozio e le glorie riservate solo a chi aveva salvato il grande conte Orlando dalla perdizione.

Era molto pigro, il nostro Astolfo, infatti quando gli venne annunciata, di prima mattina, la seconda missione della sua vita, l’accolse con un sonoro sbuffo.

Doveva tornare sulla Luna: lui e Fierobecco avrebbero dovuto tornare lassù, accompagnati dal gelo del mese di dicembre per una ragione futile e sicuramente non degna di un eroe come lui.

Ma tutti insistevano, soprattutto suo padre, e come si può disobbedire al re Ottone d’Inghilterra? Cosi quella mattina di buon lena si alzò, preparò il suo fedele destriero per il viaggio e dopo aver perso quasi un’ora guardando le nuvolette di vapore uscire dalla sua bocca, partì.

Il viaggio fu simile a quella già affrontato, tranne per il panorama; vide Londra, Roma, Parigi ed Amsterdam. Vide le pianure, le montagne, i laghi finlandesi e l’aurora boreale. Vide la frenesia della città e la fatica della campagna, vide il Sole e mai quella grossa stella di fuoco gli era sembrata più luminosa e bella di così.

Quando arrivò sulla Luna dovette ammettere che nulla era più come se lo ricordava se non il cielo, che a differenza del primo viaggio era illuminato da piccole fiammelle rosse, come delle candele senza cera.

Lasciò Fierobecco a pascolare in un prato di margherite iniziando la sua esplorazione in quel mondo che distava solo qualche migliaio di chilometri da casa sua.

Aveva una strana sensazione in corpo, mai provata prima, gli pareva, ed in effetti così era, che ovunque guardasse, sapesse esattamente cosa si trovava davanti ai suoi occhi e per quale motivo si trovasse lì, nel mondo delle cose dimenticate.

Mentre si dilettava con il suo nuovo potere dell’onniscienza calpestò qualcosa di gelatinoso, riempì i polmoni d’aria per urlare a Fierobecco di lasciare i suoi ricordini altrove, quando s’accorse che quello che aveva pestato non aveva nulla a che fare con i ricordini marroni e maleodoranti del suo fedele compare. Appiccicato alla scarpa aveva qualcosa di gelatinoso e rotondo del colore dei fiori di pesco e anche dello stesso profumo.

Capì che erano le dolcezze, i favori, le piccole cose che sulla Terra si erano solo pensate e mai realizzate e lì, sulla Luna, erano migliaia.

Guardò un’altra volta le fiammelle in cielo ed il suo cuore perse un battito: erano i fuochi degli amori perduti o non corrisposti, che ora stavano lì nell’azzurrissimo cielo lunare a girovagare come lucciole spaesate .

Sulla Terra l’amore che proviamo per qualcuno è come una fiammella che sta dentro di noi in quel posto fra il cuore e lo stomaco e che ti fa venire voglia di fare tutto: alzarti la mattina, mangiare, dormire, parlare, sorridere e vivere. Percepisci nuovi colori, nuovi sapori e nuovi odori, e Astolfo lo sapeva bene, come sapeva altrettanto bene che lì, in quel mare di lucciole, c’era anche la sua fiammella.

Proseguendo il suo viaggio trovò moltissimi oggetti, quelli che si vedono sempre e mai, ma quello che lo rese più allegro fu la montagna degli accendini; “l’oggetto più perso del ventunesimo secolo” si disse e sorrise di nuovo pensando alle imprecazioni e alle maledizioni che ognuno di questi oggetti si portava appresso.

Poi trovò il tempo, quello perso e quello sprecato, assieme a tutti quei libri iniziati e mai finiti. Trovò la fiducia in granelli di sabbia e le promesse appese agli alberi in tanti piccoli nodi.

Vide la paura, e gli fece piacere trovarne un po’anche lì, tra le cose dimenticate, come tutti i marchingegni inventati e poi sorpassati dalla tecnologia.

Si meravigliò, Astolfo, quando vide i film in bianco e neri, le istantanee, i vinili ed i jukebox.

C’era una quantità inimmaginabile di capelli e barbe di ogni colore, misura e tempo e istintivamente si portò la mano alla testa per controllare che i suoi riccioli rossi fossero tutti al proprio posto.

A branchi correvano le voglie perse, in cerchio stavano tutti i giocattoli e gli sembrò tanto triste perché solo in quel momento si rese conto di quanto l’uomo sia incline a dimenticare qualsiasi cosa non gli stia veramente a cuore, e come con leggerezza se la faccia scappare fin lassù.

Astolfo capì che tutto nella vita è temporaneo, anche l’amore, l’amicizia, la vita stessa, ma non i ricordi quelli sulla Luna non c’erano perché sono eterni e noi lo sappiamo bene.

Il nostro eroe decise che non si sarebbe più dimenticato di nulla, non volle più perdere né un secondo di tempo, né una briciola di pane perché nulla nella vita è così sgradevole da esser dimenticato se non la morte, che, ironia della sorte, non si dimentica mai.

Con questa saggezza nel cuore Astolfo chiamò suo fedele destriero, diede un ultimo sguardo a quel mondo così speciale e triste e se ne tornò a casa, tra le campagne inglesi, dove mai più si sarebbe scordato del thè delle cinque.

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